L’Angelo di San pietroburgo

Questa nota costituisce non la continuazione, ma l’antecedente di quella già pubblicata col titolo “Sala operatoria”. Mi è necessario partire da un ulteriore antecedente senza del quale la narrazione di oggi non avrebbe la prospettiva dovuta. Da bambino e ragazzo sono stato rimproverato di “avere un cuore di pietra”. Mi sono sentito colpevole di non avere pianto davanti al primo film a cui assistetti in vita mia: “Bambi”. Ma che dire… era la prima volta… forse guardavo la sala, i giochi di luce. E’ vero che il cinema, in fondo alla caverna, l’ha inventato Platone, ma come tecnologia è abbastanza recente. A pochi anni, nei primi anni ’50, forse non ero ancora pronto. Pochi anni più tardi non ho pianto, quando mio padre è stato in punto di morte! Però sono indelebili i ricordi e le frasi, gli scrollamenti di capo dei medici che andavano e venivano da casa nella notte di un 14 luglio. I ricordi abitano pur sempre in quella che Dante definisce “la camera segreta del mio cuore”. La camera oscura, direi io.

Non ho pianto per le prime, laceranti, delusioni d’amore. Oscuravo solo completamente la stanza (la camera, appunto) nel primo pomeriggio tornando da scuola e mi perdevo in quel buio senza versare lacrima alcuna. Non vedevo proprio niente. Nessuna luce. Troppo giovane! Quanto ancora avrei dovuto soffrire prima di intravedere qualcosa… Non ho pianto quando, nei miei 30 anni, mio padre è morto improvvisamente dopo avermi detto cose misteriose e terribili a pranzo. I giorni della morte aleggiante nel terremoto d’Irpinia. E poi il suo cuore è crollato mentre si lavava i denti.

Forse mi sono commosso un po’ tre anni più tardi, (come mio padre, sposato a 33 anni!) il pomeriggio del mio primo matrimonio su una magica collina nell’amata Liguria. A Borgio Verezzi.

Fu solo verso i 35 anni che sono riuscito a versare lacrime calde e commosse in una circostanza che, per quanto ci abbia lavorato tanto in sedute di analisi e meditazione, mi resta tuttora abbastanza misteriosa. Nel 1985 ricevetti a in Svizzera l’iniziazione di Kalaciakra conferita da sua santità il Dalai Lama (HHDL, per gli amici!). Come credo la maggior parte dei presenti non ne capii un accidente. Caldo continentale di fine agosto. Tendoni bianchi, enormi, soffocanti, prime ore del pomeriggio, interminabili giri di traduzioni in almeno tre lingue… Il percorso con cui però pervenni a questa iniziazione me l’ero costruito in modo intrigante. Partito dalle alpi bergamasche arrivai a Vienna. Ci rimasi qualche giorno. Grazie a questa sosta, prolungata da lungaggini burocratiche (inerenti al visto che allora necessario per entrare in Cecoslovacchia) posso dire di avere conosciuto qualcosa di Milano che mai avrei compreso restando in Lombardia. Non si comprende Milano se non si passa da Vienna e non ci si inoltra in altre città provinciali dell’impero austro-ungarico della attuale repubblica ceca. A parte la Praga, magica per definizione. Non ne sapevo nulla ma ne ero magneticamente attratto. Non comprenderei la Bicocca o la Bovisa, a Milano, se non avessi visto Pils ed altre cittadine industriali sulla strada tra Praga e Wintertur dove ci attendeva HHDL. Sulla strada per l’iniziazione ho incontrato la MIA iniziazione: il passaggio della cortina di ferro, i cosiddetti cavalli di Frisia che punteggiavano la ferita, la lacerazione, l’infarto stampato per anni nel cuore della mia Europa. Attraversando circa un chilometro di terra di nessuno, tra la campagna austriaca e l’orribile Bratislava, strada asfaltata con panorama ai due lati sui cavalli di Frisia, arbusti spinosi di ferro, dovetti fermare l’auto perché non riuscii a trattenere un dolore commosso e, in fondo, inspiegabile. Non ero un militante politico troppo convinto e i primi libri di storia li ho apprezzati non prima dei 50 anni. Era una commozione istintiva e proveniente da chissà dove. Non continuo il racconto che potrebbe essere oggetto di narrazioni future.

Evocare questo mi è indispensabile per parlare dell’angelo di S.Pietroburgo. Per me il mondo della mitteleuropa, ciò che c’era oltre il muro di Berlino, era un al-di-là non solo politico e geografico. L’ho capito meglio, negli anni ’90, leggendo Dostoevskij, Pasternak, Rilke e Cvetaeva, la sublime amante Marina! Forse nel passaggio di quella soglia ho trovato i primi brandelli autentici della mia anima. Non chiedetemi perché. Non saprei dirlo nemmeno ora.

Ma torniamo al piano di narrazione di “Sala operatoria“. Sono passati tre decenni. Il muro e le cortine sono crollate i mitteleuropei si mescolano allegramente ai nostri allegri pastoni multietnici e metropolitani. Infatti, dopo aver atteso con una certa impazienza l’operazione di fine ottobre scorso, cambiato ospedale per riceverla, la sera della vigilia del giorno fissato, venni visitato da una giovane anestesista romena dai modi piuttosto ruvidi. Oltrecortina! Senza alzare gli occhi dalla ponderosa cartella clinica, a mezza voce : “Certo però che è messo piuttosto male: operazione alla spalla in anestesia totale, iperteso, cardiopatico, problemi ai reni…. Non so mica se possiamo operarla domattina.” Inutili le mie proteste…. ma non avete visto prima la mia cartella…

Dato che nel frattempo ho imparato a piangere, devo aver pianto lacrime di rabbia e dolore, fino a convincere il personale a sottopormi all’indomani ad una “super-perizia” da cui sarebbe dipesa la decisione sulla possibilità della operazione. La parola finale sarebbe stata affidata ad una visita cardiologica. Il servizio sanitario italiano, pur vituperato per hobby dai più, in questa ed in altre occasioni, si dimostro più efficace dal previsto e nelle primissime ore della mattina venni visitato da una giovane cardiologa che, progressivamente, scoprii essere di nazionalità russa e nata a S. Pietroburgo. Era bionda, occhicerulea, diafana. Minuta. Nulla a che vedere col carattere provocante di alcune donne di quelle parti. La Lara di Zivago poteva assomigliare più a lei che alla americanissima Juli Kristie. Un vero angelo per come noi poveri cristi e terroni, sappiamo immaginare. Arrivò con una mastodontico ecocadiografo al seguito, manovrato dagli infermieri. Continuava a scusarsi per l’inadeguatezza dell’apparato sulla provvisorietà delle spine o non so che altro ed io la rassicuravo, dicendo che era bello che ci fosse e che solo un responso positivo mi sarebbe stato importante…. E mi perdevo nella contemplazione della sua immagine. Era una mattina di sole autunnale e dovette semioscurare la stanza. Lei guardava dritta nel mio cuore ed io non potevo staccar gli occhi dal suo profilo. Ed io mi chiedevo: ma che cosa nel mio cuore potrà apparirti visibile? Vedrai forse quanto mi appari amabile? Ma fortunatamente questo non distraeva la sua concentrazione mentre mormorava: ma la situazione non è poi tanto male! Ed io a parlarle di Dostoevskij, di letteratura e di poesia russa. E lei dirmi: Certo però che lei legge cose piuttosto impegnative… migliaia di pagine… Ed io ad incalzare: ma lei, dottoressa, quante migliaia di pagine di letteratura scientifica, quelle per me sono illeggibili… e tutto per guardare nel mio cuore… e cosa vede?

Sono davvero visibili le camere segrete del cuore, gli atri e i ventricoli, il fascino che la sua immagine mi suscitava mentre penetrava come in un film di fantascienza nel mio cuore aperto. Ogni tanto me ne faceva anche ascoltare il rumore. Un ritmo scibordande. Lo sappiamo tutti, il cuore naviga a ritmo musicale di 4/4 e la sincope, oltre che cardiopatia, è anche figura ritmico-musicale. Concludemmo che la sua letteratura scientifica valeva quanto le migliaia di pagine della letteratura russa, ma soprattutto che io potevo varcare la soglia della sala operatoria!

Gli angeli appaiono una volta sola e non mi è mai balenata l’idea di cercare chi fosse o di reincontrarla (diniego freudiano, chissà?!!!). Malgrado creda tutt’ora che il cuore umano non sia visibile e, quand’anche lo fosse, non è il caso di starci a guardare, l’Angelo di S. Pietroburgo ha fischiato la partenza del treno verso la agognata sala operatoria.

Il seguito è narrato nella mia nota precedente.

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